Massimo Chiacchio è uno dei segreti meglio custoditi della scena musicale fiorentina. Attivo fin dagli anni ’60, ne ha vissuto tutte le varie fasi ed epoche. Dalla canzone politica, al cabaret, dalla musica strumentale a quella cantautorale. E’ stato vicino ed ha lavorato anche con alcuni dei più importanti personaggi della scena nazionale; nonostante tutto questo, per i casi della vita, non è mai potuto essere solo un musicista. Infatti, come sappiamo, è ben difficile vivere di sola musica e così Chiacchio ha affiancato a quella musicale anche una attività professionale. In alcuni momenti è stato anche sul punto di appendere la chitarra al fatidico chiodo, ma fortunatamente è sempre tornato sui suoi passi. Negli anni è riuscito a pubblicare anche tre dischi, lui molto parco nelle composizioni. L’ultimo, il recente “Sasso” è sicuramente il più curato e ben definito ed è quello che mi ha spinto sulle colline fiorentine a conoscerlo più da vicino. Questo è il resoconto del nostro incontro.
- In “Lizard” dici “Ho una moglie, un figlio e tre
gatti; un’età in cui i giochi sono fatti; un lavoro di una certa
serietà…” Eppure continui a cantare
La canzone l’ho scritta qualche anno fa; beh i giochi
sono fatti a livello lavorativo, continuo per la solo passione, infatti
vorrei essere “anche un musicista”…
- Che vorrebbe andare anche a San Remo
Potrei… se “io fossi un tipo ameno potrei andare anche
a San Remo”. Beh, il fatto è che il mio amico Beppe Dati, che scrive
per Masini, Vallesi ed altri, ma ha lavorato anche con Guccini e conserva
tanti sogni nel cassetto, poi per campare scrive queste cose; ecco
che la frase era in realtà rivolta a lui.
- A proposito di Beppe Dati, so che hai scritto
alcune canzoni con lui
Si, le prime negli anni ’70, ai tempi dei Giancattivi.,
quelli di Benvenuti. Sul primo mio album c’è quella sul censore,
che era stata scritta in realtà per uno spettacolo che facevamo
insieme a loro, spesso davanti a poche decine di persone. Poi c’erano altre,
di cui però fortunatamente non esistono registrazioni, in quanto
erano tutte superpolitiche, che se allora avevano un senso nel contesto
di quel periodo, a rileggerle oggi mi viene quasi da vergognarmi. A Firenze
eravamo in tre o quattro a fare queste cose, tra cui Davide Riondino.
- Ma come cominciasti ?
Io ho cominciato perché mio fratello cantava
con Caterina Bueno, quindi c’era questa chitarra in casa e così
iniziai a strimpellarla con gli amici; avevo 16-17 anni e mio fratello,
che aveva sette anni più di me mi aveva trasmesso l’amore per le
canzoni popolari americane di inizio ‘900. Ci esibivamo anche in qualche
cabaret cittadino, dove ci permettevano di fare qualche pezzettino. Erano
i cabaret veri, quelli che c’erano allora, dove circolava gente tipo i
Gufi. Poi iniziò il periodo politico, formai appunto un gruppo con
Beppe Dati e suonavamo molto: tutte le Feste de L’Unità, con incursioni
anche in Puglia e Sicilia. Eravamo un gruppo acustico molto naif, la musica
la sapeva solo uno; conservo ancora dei nastri che però non oso
far sentire a nessuno. Poi dovetti smettere, perché anche se la
musica ci sosteneva emotivamente non altrettanto lo faceva sul piano economico.
Mancandomi il sostegno dei genitori dovetti così cercarmi un lavoro,
che poi pian piano ha preso il sopravvento. Adesso magari che mi avvicino
al periodo della pensione potrei anche riprendere a dedicarmi maggiormente
alla canzone, anche se quando dici l’età la gente rimane un po’
così… In ogni caso sarebbe sempre per divertimento, non ho mire
particolari, anche perché francamente non mi sembra ci siano grossi
spazi.
- Eppure sei riuscito a fare tre dischi, come ?
Mah, guarda il primo lo feci dopo che era tanto che
me lo chiedevano ed io mi negavo, anche perché non c’erano grossi
mezzi tecnici come adesso. Poi all’improvviso morì uno dei miei
fratelli in un incidente e mi dissi che non si poteva più rimandare;
così in due pomeriggi lo registrai, così, voce e chitarra,
della serie “buona la prima”. A risentirlo oggi un po’ mi vergogno, pieno
di imperfezioni ed errori come è. Ma lo feci anche per scopo benefico,
in ricordo di mio fratello. Il disco era ad offerta libera ed i ricavati
servirono per un progetto di Terre des Hommes, per la costruzione di una
casa in un villaggio indiano. Il ricavato non fu male e con gli 11 milioni
di lire che ne ricavammo la casa fu costruita.
Poi conobbi Gianfilippo Boni, oltrechè altri
personaggi fiorentini, diventammo amici e mi convinse a rimettermi un po’
in gioco. Tornai a suonare in qualche localino della zona fiorentina, con
Gianfilippo, che possiede uno studio di registrazione, riarrangiammo diversi
pezzi in prospettiva di un nuovo disco, che in effetti poi uscì
nel 2003.
- Ecco, la scelta di Gianfilippo Boni, che mi sembra
un po’ distante dalla tua musica ?
Si sicuramente lui è più pop, si esibisce
molto, ha questo studio e forse ancora deve capire bene dove vuole andare.
In sede di arrangiamento io seguo molto le sue direttive, anche se poi
come impronta finale cerco sempre di dargli la mia. Comunque lui è
bravo, cerca di capire che tipo di vestito piace a te per le tue canzoni
e ama anche molto le cose non pop. Abbiamo anche scritto due pezzi insieme,
tra cui una ironica che chissà se uscirà mai, visto che parla
di Gigi d’Alessio.
- E poi altri quattro anni per arrivare al terzo
disco
Si, intanto io scrivo pochissimo, sono terrorizzato
dai luoghi comuni. Tanto per dirti: ho ascoltato qualcosa dell’ultimo San
Remo e non riesco a capire, veramente, come si possano fare simili pezzi
e come persone anche di un certo valore culturale possano parlarne bene.
Quindi, un po’ per la paura di scrivere cose banali, un po’ proprio per
la difficoltà di riuscire a dire quello che senti, va a finire che
scrivo davvero poco. Ultimamente poi scrivo ancora meno per la paura che
mi venga la voglia di fare un altro disco e spendere così
altri soldi inutilmente. Oltretutto ormai qui a Firenze non ci sono più
spazi dove esibirsi dal vivo. E, abbi pazienza, ma io a fare l’intrattenitore
mentre si beve birra o si mangia non ho proprio voglia. Stiamo cercando
di organizzare qualcosa con Massimiliano Larocca e Gianfilippo Boni; un
pacchetto da proporre come un unico spettacolo, magari in qualche teatro,
ma è davvero difficile, ci sono tanti ostacoli, vedremo.
- Parliamo un po’ del tuo ultimo disco. Partiamo
dal pezzo forse più anomalo, quello che hai scritto con tuo figlio:
un episodio o avrà un seguito ?
Mio figlio aveva già scritto nel primo disco”Bella
nell’alimentari”, che poi io avevo un po’ ritoccato. “Sarà che”
si sente che non può essere mia, anche per l’argomento. Fosse stata
cantata da qualcuno di nome, con un arrangiamento un po’ più spinto
sarebbe forse potuta anche diventare un tormentone, Ma va bene così.
Lui fa il disegnatore e questo è solo un divertimento. Tra l’altro
la copertina e i disegni del disco sono tutti suoi.
- “Viaggio in Sicilia” riprende il tema del viaggio,
che ricorre spesso nei tuoi pezzi
Si sicuramente è un tema che stimola. “Viaggio
in Sicilia” è comunque dedicata a mio padre; dopo che avevo dedicato
nel secondo disco una canzone a mia madre dovevo dedicarla una anche a
mio padre, commesso viaggiatore che spesso si recava per lavoro proprio
in Sicilia. E così e nato questo pezzo che rievoca appunto un viaggio
da bambino con il padre che ci portava uno alla volta con sé durante
questi viaggi. E’ un modo, neanche molto tenero, di rivolgermi a lui, impenitente
donnaiolo che ogni tanto spariva nel nulla. Tra l’altro “Sasso” è
nato proprio mentre cercavo di scrivere questa canzone per mio padre che
non veniva. E mentre ero lì che pensavo ecco i versi “Questa
penna è un sasso…”.
- “Povero angelo”, una delle mie preferite
“Povero angelo” è nato da un fatto di
cronaca, da un articolo che avevo letto su un giornale. Di questa ragazza
che viene arrestata ma non sapeva che la donna a cui aveva strappato la
borsetta era morta. Anche in questo pezzo ero terrorizzato dal fatto che,
per il tema trattato, si potesse cadere nello scontato. E’ un pezzo che
io reputo un po’ “antico”, seppure musicalmente sia una delle più
articolate, ma in generale è piaciuta molto.
- Poi c’è “Lady day”, dedicata a Billie Holiday
Io quando ho voglia di piangere ascolto Billie Holiday.
La canzone è in realtà nata perché mi sarebbe piaciuto
farne una dedicata a De Andrè, ma al solito avevo paura di andare
sullo scontato. L’ho tenuta in pancia sei mesi, poi è nata in dieci
minuti. E’ una canzone dedicata a tutti quelli che fino a che non muiono
nessuno ne parla. Anche De Andrè, come altri, era inviso al potere,
poi è morto e, dato che non dava più noia, si è santificato.
Su Billie Holiday ho letto molti libri e mi ha colpito molto questa figura
che, nonostante fosse stata una grande cantante, ha dovuto subire di tutto,
una che doveva entrare dalla porta di servizio perché la principale
era riservata ai bianchi, una che è stata in prigione perché
era stata violentata. Per cui lei è a pretesto per tanti altri.
- Ma a Chiacchio chi piace ?
Quasi tutti gli storici. Sicuramente De Gregori, Fossati
e De Andrè. Sai che a Firenze sono quasi più conosciuto come
interprete delle canzoni di De Andrè che delle mie ? Fossati
è l’unico che quando lo metto devo stare lì ad ascoltarlo.
Non si può fare altro mentre c’è un suo pezzo.
Tra i nuovi sicuramente Daniele Silvestri, persona
intelligente, anche se l’ultimo disco mi ha un po’ deluso, trovo “L’uomo
col megafono” un capolavoro. Poi Niccolò Fabi, molto raffinato,
Samuele Bersani, che trovo scriva benissimo ed è anche molto originale
e poi Max Gazzè ed i Baustelle.
- Hai qualche ricetta per salvare la musica ?
Mah, prima devo salvare me stesso. Comunque io una
ricetta non ce l’ho, sicuramente si dovrebbe dare più tempo ai giovani
di maturare. Per quanto riguarda la Siae io ci deposito le mie cose, ma
non sono mai stato iscritto; non ho mai avuto nessuna tessera, nemmeno
quella del tram.
Gli MP3 non mi piacciono, io non scarico niente, cosa
te ne fai di una montagna di files che poi non hai tempo di ascoltare ?
Io non compro molte cose, anche perché appunto poi non riesco a
sentire tutto. Quando compro un disco lo ascolto! Il primo ascolto lo faccio
sempre sdraiato sul divano con la cuffia in testa ed il libretto dei testi
in mano.
E anche se adesso si può sentire di tutto,
le cose che veramente mi piacciono le devo comprare. Non ho però
molti dischi, quando vedo quelle belle librerie piene zeppe di dischi un
po’ le invidio; ma io, essendo minimalista, ho solo le cose a cui tengo
veramente, tanto poi non riuscirei nemmeno ad ascoltare tutto, come detto.
Una cosa però rimpiango: l’lp. Come era bello quando lo aprivi…
Sai quale è un luogo dove ascolto tanta musica ? L’auto; quando
sei solo, ed io per lavoro viaggio spesso solo, è un luogo ideale.
L’ultimo disco me lo sono provato e riprovato proprio in auto, avevo le
basi registrate e durante i viaggi ci cantavo sopra.
Bene, l’incontro è finito, ma ho ancora il tempo di respirare ancora un po’ di aria buona. Le colline fiorentine in primavera in effetti sono stupende, la vista sulla città meravigliosa, ma è anche la visita e la conoscenza del resto della famiglia Chiacchio che mi riempie i polmoni e lo spirito di altra aria salubre. Nello studio dove operano ho modo di vedere ed apprezzare infatti le opere della moglie pittrice e gli stupendi disegni del figlio, disegnatore di talento e già autore di varie pubblicazioni di successo e anche autore, come detto, della copertina di “Sasso”.
IZIMBRA
Primavera 2008